Il padre tornò dal funerale.
Dietro la porta, suo figlio di sette anni, con gli occhi spalancati e un amuleto d'oro al collo, immerso in pensieri troppo difficili per la sua età.
Il padre lo prese in braccio e il bambino chiese: "Dov'è la mamma?"
"In cielo", rispose il padre, indicando l'immenso blu.
Il bambino alzò gli occhi e rimase a contemplare il cielo infinito. La sua mente confusa gridò nella notte: "Dov'è il cielo?"
Non udì risposta. E le stelle sembravano lacrime ardenti in quell'oscurità taciturna.
* * *
Il sensibile racconto del premio Nobel per la letteratura del 1913, Rabindranath Tagore, ci invita a riflessioni importanti.
Quando ci confrontiamo col fenomeno della morte nel nostro mondo, dobbiamo inevitabilmente imparare a gestire anche l'idea di perdita, di mancanza, di assenza.
Come consolare un bambino che ha appena affrontato la scomparsa di un padre, di una madre? Quali spiegazioni sono sufficienti? Cosa potrà confortare un cuore così innocente?
Curiosamente, alcuni di noi, anche da adulti, soffrono tanto quanto i bambini in queste stesse circostanze.
Dire addio ad un padre, ad una madre, coloro che sono stati i nostri primi legami nel mondo, sembra qualcosa di troppo grande da gestire.
Dove c'è amore, ci saranno lacrime.
Non dobbiamo aver paura di soffrire. La sofferenza ci rende grandi, la sofferenza fa parte della costruzione di un amore più grande dentro di noi.
Non vergogniamoci del nostro dolore, non teniamo le lacrime nascoste nel profondo della nostra anima, perché lì diventano un vulcano dormiente che un giorno entrerà in eruzione.
I buoni sentimenti vanno vissuti con esuberanza. Se la nostalgia vuole piangere, vuole manifestarsi con ricordi felici, con gratitudine, lasciamola sgorgare abbondantemente.
Ma, stiamo attenti, perché i nostri sentimenti sono ancora, a volte, immaturi, egoisti e intrappolati in pericolose insidie.
Prestiamo attenzione alla disperazione, quando il dolore supera i limiti della nostalgia e si trasforma in mancanza di speranza.
È il momento di dire a noi stessi: basta.
È il momento di riflettere su un altro fattore che coinvolge il fenomeno della morte: la morte è un passaggio, non una fine.
I nostri amori continuano ad esistere nello stesso modo in cui esistevano prima. Nessuno finisce.
La morte è la fine di una fase, quando lasciamo il corpo fisico che abbiamo indossato per un certo periodo e torniamo alla nostra patria universale.
E questa non è una forza di espressione. Non si tratta del cielo degli antichi, che nessuno sapeva dove fosse.
Abbiamo appreso dai benefattori spirituali che al momento della morte l'anima ritorna al mondo degli Spiriti da cui si era momentaneamente allontanata.
Riflettiamo: dov'è la nostra vera casa, da cui ci siamo temporaneamente allontanati e a cui dobbiamo tornare?
Come questo cambia la nostra prospettiva sulle cose.
Infine, la cosa più bella di tutte: se continuiamo ad esistere, se alcuni tornano alla patria spirituale prima di altri, è più che naturale che anche il ricongiungimento avvenga a tempo debito.
Se c'è amore, ci sarà sempre un ricongiungimento.
Redazione del Momento Spirita, sulla base di un brano dela
2ª parte, cap. XXI, dal libro O fugitivo, di Rabindranath Tagore,
ed. Macmillan Company e della parte II, cap. III, item 149 da
O Livro dos Espíritos, di Allan Kardec, ed. FEB.
Traduzione di Fabio Consoli
Il 6.1.2026